La nascita del territorio

Si deve immaginare la contesa fra le acque marine e le terre emerse come un quadro dinamico assai variabile, su cui si innestarono i macroscopici cambiamenti indotti dall'instabilità climatica che ha contraddistinto l'ultimo milione di anni. Periodici abbassamenti della temperatura di alcuni gradi (fino a 6 durante le fasi più acute) provocarono l'imprigionamento di enormi masse d'acqua nei ghiacciai e il conseguente abbassamento (fino a 150 metri) del livello marino.

In queste condizioni, per almeno quattro volte l'Adriatico si ritirò, e per altrettante riguadagnò parte del terreno perduto: sempre di meno, però, perché andava nel frattempo aumentando lo spessore dei sedimenti accumulati sui suoi fondali.
Durante l'ultima glaciazione, terminata poco più di 10.000 anni fa, la linea di costa si trovava all'altezza di S. Benedetto del Tronto ed il corso del Po era lungo più di 1.000 chilometri; dal crinale appenninico scendevano sul versante padano lingue di ghiaccio alimentate dagli accumuli di nevi perenni annidati nei circhi all'ombra delle cime più alte. Poi il clima cambiò nuovamente verso valori più miti; i ghiacciai si sciolsero e l'Adriatico risalì lentamente la piattaforma continentale raggiungendo, circa 6000 anni fa, una linea di costa notevolmente arretrata rispetto all'attuale. Da allora il livello marino si è abbassato di qualche metro e contemporaneamente il litorale si è spostato ad oriente con l'estendersi dell'apparato deltizio costruito dai diversi rami del Po.

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Il quadro di evoluzione territoriale qui accennato è stato in realtà assai più complesso, accompagnato da notevoli variazioni del regime pluviale e della capacità di trasporto e di sedimentazioni dei fiumi. Inoltre, le variazioni climatiche continuarono a susseguirsi: ad esempio, periodi freddi e piovosi si ebbero ancora nell'Alto Medioevo (fra il 400 ed il 750 d.C.) e durante la cosiddetta "piccola era glaciale" fra il 1550 ed il 1850; e furono variazioni sensibili - anche se non paragonabili a quelli delle glaciazioni -, con influssi sul regime idrico, sulla copertura vegetale e sulle coltivazioni.
L'ambiente naturale dell'Emilia-Romagna preistorica era dominato dalle foreste e dalle acque: la massa compatta dei boschi si interrompeva solamente in corrispondenza dei greti fluviali, delle più vaste zone palustri, delle cime più alte dell'Appennino emiliano e delle rare località con terreni talmente poveri e superficiali da poter sostentare solamente formazioni erbacee.
La bassa pianura era occupata da un inestricato groviglio di rami fluviali, attivi paleoalvei abbandonati, dossi e isolotti emersi e immense distese di acquitrini. Questa situazione era determinata da vari fattori, primi fra tutti la debolissima pendenza del terreno e il regime torrentizio delle portate fluviali: durante le piene i corsi d'acqua uscivano dal loro letto abituale, tracciando nuovi corsi e depositando ingenti quantità di detriti solidi. Il corso del Po era molto più a sud dell'attuale, spingendo l'apparato deltizio fino a meridione di dove è oggi Ravenna.

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Il grande fiume, che oggi vediamo rigidamente contenuto da potenti arginature, indugiava meandreggiando in una fascia larga qualche decina di chilometri che accoglieva i suoi sedimenti e che in tal modo, lentamente, andava sopraelevandosi rispetto al livello della campagna circostante. Gli affluenti appenninici avevano perciò difficoltà a trovare sbocco nel fiume principale – trovando in esso uno sbarramento sul loro percorso - e vaste zone rimanevano idrologicamente "intrappolate", circondate da spalti e dossi fluviali che impedivano il deflusso delle acque. Le condizioni di scolo naturale non erano certamente migliori verso la costa: i torbidissimi torrenti romagnoli, infatti, riuscivano di rado a superare direttamente i cordoni di dune litoranee, dietro le quali si stendevano perciò paludi e acquitrini; più a nord la linea di costa in rapida avanzata si lasciava alle spalle ampie distese di valli salmastre, con i fondali situati sotto il livello del mare. In pianura le foreste crescevano più fitte e rigogliose sui dossi fluviali e nelle zone più rilevate, dove prosperavano le farnie ed i carpini bianchi; nelle zone più umide, soggette a temporanei allagamenti, a questi alberi si accompagnavano l'olmo, il pioppo bianco, il frassino maggiore ed i salici, mentre l'ontano nero si spingeva anche nelle zone sommerse in permanenza.
Le colline erano ricoperte da vasti querceti interrotti solamente dalle frane e dai rari calanchi. Le zone a quote più elevate furono quelle che risentirono maggiormente dei cambiamenti climatici registrando negli ultimi 10.000 anni una notevoli modifiche nella composizione forestale. Se alla fine dell'ultima era glaciale predominavano il pino silvestre ed il pino mugo, la successiva espansione dei querceti misti (con nocciolo, tiglio e aceri) denota temperature decisamente meno rigide. Attorno al 5500 a.C. ebbe poi inizio un periodo di clima mite e umido che favorì l'estendersi dell'abete bianco, mentre dopo il 2500 a.C. un certo raffreddamento consentì l'espansione del faggio, che è tuttora la pianta più diffusa e meglio rappresentativa della foresta montana appenninica.

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pubblicato il 2011/12/01 16:10:00 GMT+2 ultima modifica 2012-03-06T13:18:00+02:00

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